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Tessera nummularia.

Piccoli oggetti, grandi storie: la tessera nummularia – Barbara Nacinelli

Tessera Nummularia

Tessera Nummularia

Rufio Veveio ripone sotto al suo banco le monete greche appena ispezionate, prende le monete romane, le conta, le chiude in un sacchetto. Annoda accuratamente la corda in cima, avendo prima cura di inserire il piccolo prisma di avorio, inciso con la sua sigla. Poi consegna al cliente le monete romane . La transizione è avvenuta. Il cambio è buono. Il suo signore sarà contento: le monete greche d’argento che ha preso in cambio sono di buon valore. E il cliente straniero potrà fare le sue compere a Roma.
E’ una giornata come tante e gli affari vanno bene. La città e i suoi santuari, tra cui quello della Magna Mater , sul Palatino, attirano gente da tutto il Mediterraneo e Rufio riprende a far tintinnare le sue monete per attirare altri clienti…

Questa qui sopra è una storia inventata, ma un Rufio Vevio è esistito sul serio e un giorno, la sua sigla, con nome e data, su un piccolo prisma di avorio, ce l’ha messa per davvero.
Oggi quel prisma lo vediamo al Museo Nazionale Romano, nella sede delle Terme di Diocleziano. E’ un minuscolo oggetto, detto “tessera nummularia” (dal latino nummus = moneta) ed era una sorta di marchio di garanzia che attestava l’ispezione delle monete, comprate e vendute dai cambiavalute dell’antica Roma. Il nostro è un piccolissimo parallelepipedo di avorio, a sezione quadrata. Misura 3 cm di altezza e circa 0,8 cm per lato. Ad esclusione delle monete e dei vaghi di collana è forse il più piccolo oggetto di forma compiuta (cioè non un frammento) di tutto l’immenso patrimonio del Museo Nazionale Romano; e nonostante sia così piccolo ha tante cose da raccontare.

sacchetto di monete con tessera nummularia

sacchetto di monete con tessera nummularia

Era un oggetto comune negli uffici dei cambiavalute del mondo romano. Sulla cima arrotondata di questi piccoli prismi c’è sempre un minuscolo foro: serviva per far passare la cordicella con la quale si chiudeva il sacchetto con le monete appena ispezionate. La tessera nummularia era dunque una sorta di attestato di buona qualità delle monete contenute nel sacchetto. Si analizzavano, si contavano, le si chiudevano nella borsetta, pronte per il pagamento o per il cambio. L’iscrizione ci dà una serie di informazioni. Sulla nostra ce n’è una su tutti e 4 i lati: fu il nummulario Rufio, servo di un membro della famiglia dei Vevei, che ispezionò le monete . Ci dice anche in che anno: quello del II consolato di Cneo Pompeo e di Licinio Crasso. Si perché, lo ricordiamo, i Romani non contavano gli anni con i numeri, ma li chiamavano con i nomi dei magistrati in carica. Quella data corrisponde a quello che noi oggi identifichiamo come il 55 a.C. .

Dunque i nummulari erano i cambiavalute dell’antichità, incaricati, prima di tutto, di verificare la bontà delle monete. Questa era operazione importante nel mondo antico, perché la moneta corrispondeva al valore del suo metallo, dunque se veniva tagliata, limata o falsificata (usando meno oro e più rame per esempio) perdeva parte del suo valore. Il controllo fatto sulle monete e sul metallo stesso era dunque prioritario su qualsiasi operazione di conteggio.
I mestieri legati al commercio dei soldi erano diversi e si specializzarono con il tempo. I prestatori di moneta, nei primi secoli della storia romana, erano i ricchi proprietari terrieri, facoltosi possidenti. Successivamente questi affidarono il compito a quelli, tra i loro servi o liberti, che mostravano di avere le capacità necessarie a questo mestiere.
Per verificarne la qualità le monete venivano pesate, annusate, grattate, incise (la falsificazione più comune – e rischiosa – era infatti quella con cui si inseriva un’anima di metallo di minor valore, sotto alla superficie d’oro o d’argento!) , ma venivano soprattutto percosse sul banco di marmo, per ascoltarne il suono! Ogni metallo aveva il suo! Quel suono sul marmo del banco, o a terra, dava la risposta giusta alle orecchie degli esperti. Ci voleva del talento per riconoscere il suono di una moneta d’oro pieno da quella che conteneva un po’ di rame! Il negozio era attrezzato con vari strumenti di conteggio (tra cui l’abaco) e di verifica, tra cui la pietra di paragone e la bilancia a due piatti, ma l’esperienza e il talento erano prioritari per interpretare certi segni.

Foro Romano con Tempio dei Dioscuri

Foro Romano con Tempio dei Dioscuri

I mestieri legati al commercio dei soldi registrano un incremento con la grande espansione, nel II secolo aC. , quando le conquiste militari e i rapporti commerciali con le grandi civiltà vicine proiettavano Roma sugli scenari di tutto il Mediterraneo. All’espansione politica corrisponde quella economica e il Foro Romano, ai piedi del Palatino, cambia di conseguenza. Infatti, se prima il Foro era una piazza di vari generi da mercato, ora diventa un elegante centro d’affari e compaiono i banchieri e i cambiavalute, insieme a mercanti, uomini d’affari, ambasciatori e viaggiatori di ogni genere. Inoltre, giù al Foro, presso il Tempio dei Dioscuri, c’era l’AERARIA RATIO, cioè il documento ufficiale, esposto al pubblico, che attestava il valore di cambio che lo Stato stabiliva tra la moneta romana e quelle straniere. Insomma aveva molto senso che i cambiavalute avessero i loro uffici qui nei pressi, tra Foro e Palatino.
E possiamo immaginare il cliente di Rufio che, dopo aver cambiato moneta, passò ad adorare Magna Mater, la dea Cibele, nel suo santuario in cima al Palatino. Ci piace immaginare che lì aprì il sacchetto, forse per comprare qualcosa, e il sigillo cadde in terra. E lì rimase, perduto sotto il calpestio del tempo. Finché un archeologo non lo ritrovò.
I commerci continuarono per secoli e queste tesserine nummularie fecero il giro del mondo a testimoniare le transazioni monetarie e commerciali del mondo romano. Ma ricordiamo che la ricchezza di quella civiltà era basata fondamentalmente sulla terra; il capitale liquido era il patrimonio dei mercanti, e nella società agricola romana, quei parvenu, anche se molto ricchi, non erano mai ben visti dai grandi proprietari terrieri.
La banca romana modificò certo nel tempo la propria struttura con l’avanzare di questa classe di nuovi ricchi e con il progredire dei

Tessera Nummularia

Tessera Nummularia con la data dell’ispezione

commerci, che richiedevano certo moneta liquida anche per imprese commerciali di un certo livello. Ma è sempre difficile , in mancanza di fonti più precise, valutare fino a che punto il sistema monetario fosse d’appoggio al sistema agricolo o ne gestisse solo l’economia ad esso parallela. Di fatto, fino alla fine, il mondo romano fu affamato non di soldi, ma di terra, di nuovi confini. E quando cominciò a perire, certamente soffrì di problemi di inflazione, ma quella fu solo una conseguenza della crisi di una economia reale. Fu la perdita di potere su terre e paesi che segnò il declino. Il “vile denaro” rimase sempre un mezzo e mai un fine.

Ancora una storia: sulla nostra tesserina non c’è solo l’anno, ma anche il giorno! Il primo giorno (Kalendis) del mese intercalare , cioè quel mese che, in età repubblicana, veniva inserito ogni due anni, alla fine di febbraio, per ristabilire la corrispondenza tra anno lunare e anno solare. Però, dopo solo 9 anni dalla incisione fatta sulla tessera di Rufio, nel 46 a.C. Giulio Cesare riformò il calendario, e il mese intercalare sparì! Insomma quella ricevuta contabile , la tessera nummularia, sigillata il 55 a.C. da Rufio, già pochi anni dopo, apparteneva ad un altro mondo. Poteva essere al massimo considerata un curioso oggetto per piccoli antiquari.

Di fatto era un inutile ciondolo e, seppur visto, nessuno lo raccolse! Rimase lì, per più di 2000 anni, per poi arrivare a noi, in una bella vetrina delle Terme di Diocleziano.

 

Barbara Nacinelli

Autore e foto: Barbara Nacinelli


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